sabato 26 gennaio 2013

PER NON DIMENTICARE - 27 gennaio - GIORNATA DELLA MEMORIA


Ritorno ad AUSCHWITZ

Il silenzio. Il silenzio di Birkenau. Il silenzio di Birkenau non assomiglia a nessun altro silenzio: ha in sé le grida di disperazione, le preghiere strangolate di migliaia e migliaia di comunità che il nemico condannò ad essere ingoiate dall'oscurità di una notte infinita, una notte senza nome. Il tacere degli uomini congelato nel cuore della disumanità. Silenzio eterno sotto un cielo azzurro.
Silenzio di morte nel cuore della morte...
Nel regno delle ombre che è Auschwitz nessuno cammina lentamente; la morte si getta contro la sua preda. Non ha tempo, la morte: dev'essere contemporaneamente dappertutto.
La vita, la morte: tutto si unisce in una folle velocità. Il futuro si limita qui all'attimo che precede la selezione; qui bisogna correre dietro al presente, perché non scompaia del tutto. Si corre a lavarsi. Si corre mentre ci si veste. Si corre alla distribuzione del pane, della margarina, della zuppa. Si corre all'appello, si corre al lavoro, si corre da un blocco all'altro, alla ricerca di uno sguardo famigliare. Alla ricerca di una parola di consolazione.
L'abbaiare dei cani... le grida dei carnefici, il rumore dei randelli di gomma che si abbattono sulla nuca dei prigionieri. Il dolore rende muti gli uomini affamati e deboli; la loro umiliazione pesante come una maledizione     (Elie Wiesel)



Il povero, lo straniero si presenta come eguale. (...)La sua uguaglianza in questa povertà essenziale consiste nel riferirsi al terzo, così presente all’incontro e che, nella sua miseria, è già servito da Altri.(...) Egli si unisce a me. (...)Ogni relazione sociale, al pari di una derivata, risale alla presentazione dell’Altro al Medesimo, senza nessuna mediazione di immagini o di segni, ma grazie alla sola espressione del volto. (...)Il fatto che tutti gli uomini siano fratelli non è spiegato dalla loro somiglianza, né da una causa comune di cui sarebbero l’effetto come succede per le medaglie che rinvìano allo stesso conio che le ha battute. (...)La paternità non si riconduce ad una causalità cui gli individui parteciperebbero misteriosamente e che determinerebbe, in base ad un effetto non meno misterioso, un fenomeno di solidarietà.(...) Il fatto originario della fraternità è costituito dalla mia responsabilità di fronte ad un volto che mi guarda come assolutamente estraneo, e l’epifania del volto coincide con questi due momenti. O l’uguaglianza si produce là dove l’Altro comanda il Medesimo e gli si rivela nella responsabilità; o l’uguaglianza non è che un’idea astratta e una parola.
(E. Lévinas, Totalità e infinito, trad. di A. dell’Asta, Jaca Book, Milano, 1980, p. 217-219)


L'incontro con Altri rappresenta immediatamente la mia responsabilità per lui[1]: la re­sponsabilità per il prossimo, che senza dubbio è l'austero nome di ciò che si chiama l'amo­re del prossimo, amore senza Eros, carità, amore in cui il momento etico domina il mo­mento passionale, amore senza concupiscenza. Non mi piace molto la parola amore, che viene usata e abusata. Parliamo piuttosto di una presa su di sé del destino altrui. Questa è la "visione" del Volto, e si applica al primo venuto. Se egli fosse il mio solo interlocutore, io non avrei avuto altro che obblighi! Ma io non vivo in un mondo in cui c'è solo un "pri­mo venuto"; nel mondo vi è sempre un terzo; anch'egli è il mio altro, il mio prossimo. Quindi mi interessa sapere chi tra i due passa avanti: l'uno non è forse persecutore dell'al­tro? Gli uomini, gli incomparabili, non devono essere comparati? Alla presa su di sé del de­stino dell'altro qui è, dunque, anteriore la giustizia: devo giudicare là dove devo innanzi­tutto assumere delle responsabilità. Qui è la nascita del teoretico,[2] qui nasce la preoc­cupazione per la giustizia che del teoretico è il fondamento. Ma è sempre a partire dal Vol­to, a partire dalla responsabilità per Altri, che appare la giustizia,[3] la quale comporta giu­dizio e confronto, confronto con ciò che per principio è incomparabile, poiché ogni esse­re è unico: ogni altro è unico. In questa necessità di occuparsi della giustizia appare l'idea di equità, sulla quale si fonda l'idea di oggettività. Vi è, a un certo momento, necessità di una "pesatura", di un confronto, di un pensiero, e la filosofia sarebbe, in questo senso, l'ap­parizione di una saggezza di fondo di questa carità iniziale: la filosofia sarebbe — e non gioco affatto con le parole — la saggezza di questa carità, la saggezza dell'amore. [...]  - Levinas


[1] Il rapporto con l'Altro è segnato dalla responsabilità morale nei suoi confronti, a sua volta ancorata al principio dell'amore per il prossimo.
[2] La giustizia richiede l'atto teoretico del giudizio: essa è quindi il fondamento del teoretico. La presenza di una molteplicità di Altri mi impone di interrogarmi su chi de­vo innanzitutto assumere come oggetto della mia respon­sabilità.
[3] La giustizia, in quanto richiede un atto teoretico che orienti la mia azione di responsabilità tra gli uomini, sollecita una filosofia che si configuri come saggezza dell'amore.

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